"SOGNO DI UN
SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE”
(Liberamente ispirato dall'opera Shakespeariana)
PROLOGO
Buonasera Signore e Signori, io sono la voce narrante di questa serata.
Sono una voce un po’ ignorante e pertanto, signori, non pretendete da me che vi parli come chi sa di teatro, chi conosce le regole, chi sa cosa dire per presentare le cose.
Io non conosco tutto ciò, io sono ignara, e semplice, signori, io sono semplicemente una voce.
Ma voi signori, ditemi, perché siete qui?
Forse siete intenditori di teatro e conoscete tutto il grande Shakespeare, e magari avete già visto altre volte recitare “SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE”.
E allora, cari signori, voi ci rimarrete male, perché di tale commedia ne vedrete e ne sentirete solo dei piccoli pezzi, e per giunta come dal buco della serratura.
Sarà una commedia a singhiozzo e perciò sarete delusi, o anche magari, anche arrabbiati e fischierete e tirerete i pomodori, ma so che non lo farete, perché non avete portato i pomodori, e poi, in qualità di spettatori di teatro, sarete educati come a voi si conviene.
Magari invece siete qui al mare e al cinema non c’è niente che va, o solo volete star fuori e prendere il fresco in compagnia e siete venuti qui, sotto le stelle, attirati magari dall’idea di far festa e ridere, o di sentire prendere in giro qualcuno, ma resterete delusi anche voi, perché qui, probabilmente, non c’è niente da ridere, e quei pezzi di commedia antica, magari vi daranno fastidio e li giudicherete pesanti, e vorrete tirare pietre e insultare, ma non lo farete, perché qui abbiamo tolto tutte le pietre, a parte quelle là molto grosse che solo un gigante verde le può sollevare, e poi siete turisti educati e non dite parolacce a nessuno, soprattutto se vi spariamo in faccia un riflettore…
Bene dunque, accertato ormai che nessuno sarà contento e soddisfatto, vi confesso anch’io che oltre ad essere una voce narrante ignorante, sono anche impaziente, e non vedendo l’ora che tutto sia finito, vi dirò subito la trama della commedia e come va a finire, e con tanta rozzezza per giunta, e approssimazione che poco ne capirete e quel poco del tutto assurdo vi sembrerà.
Ora, la storia è questa:
Teseo, duca di Atene sta per sposare Ippolita, Regina delle Amazzoni, da lui sconfitta e scornata, e a Ippolita sembra anche andare bene, roba da matti.
C’è poi una questione di amori contrastati, cioè Ermia e Lisandro si amano, ma il padre di lei Egeo vuole farla sposare per forza a Demetrio, che la ama ma non ne è amato, mentre invece è amato da Elena, amica di Ermia. In più Oberon, il Re delle fate, che tra l’altro sembra aver avuto tra le altre Ippolita come ex amante, Oberon, dicevo, ce l’ha con Titania, Regina delle fate per via di un paggio, un ragazzotto che si contendono, sembra, come cameriere di sala.
Succede che Ermia e Lisandro, bella novità, scappano per andare a sposarsi, e Oberon manda il fantomatico e poliedrico Puck a cercare un certo fiore il cui succo spalmato sulle palpebre di un dormiente, lo fa innamorare della prima persona, o animale, che vede quando si sveglia.
Questo scherzo lo vuole fare a Titania, per vendetta, ma poi vede nel bosco i due innamorati fuggiaschi più Demetrio che li insegue, a sua volta inseguito da Elena, e allora pensa di fare una buona azione e di rimettere le cose a posto a colpi di filtro e di antidoti.
Ah, dimenticavo, tutto questo succede in una notte, nel bosco e lì si radunano anche un gruppo di artigiani Ateniesi che sono lì a provare una stramba recita per le nozze di Teseo.
Uno di loro si troverà per un po’ una testa d’asino e Titania impazzirà d’amore per lui.
Insomma in quel bosco tra filtri e antidoti succede di tutto fino al finale, con lieto fine, almeno apparente, cioè nozze come se piovesse, e anche un po’ a caso.
Questo per quanto riguarda quel Shakespeare, poi c’è un altro pezzo aggiunto, che parla di due tipi, che hanno fatto il liceo insieme e si ritrovano per caso dopo tanto.
Sono due veri mentecatti, uno è zotico e ignorante e si chiama PESTASASSI, l’altro, che si chiama TRISTANO, in fondo è solo un gran depresso.
Questi due continueranno a interrompere la recita con i loro insopportabili commenti.
A, poi ogni tanto sentirete anche me, la voce narrante, ma non troppo, perché quello che avevo da narrare l’ho già narrato e nessuno può pretendere altro.
Io, forse, se mi ispira, vi mostrerò delle cose che succederanno un po’ più in alto, cose sospese per aria, cose che quei due rompiscatole magari non vedranno neanche, presi nelle loro farneticazioni.
Finisco questo noioso prologo dicendovi che in realtà “SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZ’ESTATE” quella vera, quella di Shakespeare, è una cosetta discreta e, al di là delle apparenze, ha dentro cose che fanno stupire e commuovere e anche rabbrividire, e che forse, questi piccoli pezzi, che stasera vi buttiamo lì per caso, e questi strani commenti e queste musiche e queste luci e danze sospese, forse tutto ciò potrebbe aiutare qualcuno a meglio immaginare, perché, come dice Shakespeare per bocca di Teseo, alla fine dell’opera, l’immaginazione del pubblico fa il teatro, più che l’immaginazione degli attori e dell’autore stesso.
Cattiva serata a tutti.
Pestasassi: Tristano! Sei sempre uguale. Mi riconosci ancora?
Tristano: certo, di Pestasassi c’è né solo uno. Com’è che dicevi? Pestasassi c’è né uno tutti gli altri son nessuno.
P.: non ero tanto simpatico, è?
T.: no, in fondo eri un po’ grezzo e basta.
P.: sono ancora grezzo!
T.: anche tu sei uguale quindi
P.: Beh, sono più grasso e grigio.
T.: Io c’ho meno capelli.
P.: Però sempre sti capelli dritti come allora sta testa da cespuglio
T.: Si, cespuglio rado è il mio nome indiano
P.: Sei sempre spiritoso, anche allora ti prendevi in giro da solo, e mi sembri ancora con quella faccia lì un po’ depressa,
è per questo che ti chiamavamo Tristano, no?
T.: tu invece Pestasassi ti chiami davvero.
P.: Di nome e di fatto. Ma tu cosa fai nella vita? Cosa hai combinato in tutti sti anni?
T.: Mah, ho fatto un po’ di tutto, ho navigato sui mercantili, ho fatto il postino, adesso allevo anche galline da uova.
P.: Ma dai, chi l’avrebbe detto, eri bravo a scuola, forse anche il primo della classe.
T.: di matematica no.
P.: Di lettere eri un mago, dicevi delle cose che il professore ci rimaneva lì.
T.: mah, può darsi, poi mi sono rovinato, ma tu, ho sentito dire che hai fatto il medico
P.: Si. Io che copiavo, e poi di certe cose, tipo letteratura, non ne capivo niente. Eh la vendetta dell’asino. Sai che sono
diventato primario?
T.: si me l’hanno detto. Vedi che la scuola non c’entra, neanche Dante e Leopardi, almeno così sembra
P.: Non è che ci vuole una gran testa a fare il primario.
T.: anche questo lo so, purtroppo.
P.: A…
T.: però tu hai fama di essere bravo, magari grezzo, ma bravo
P.: Io sono pratico, certe cose non le capisco.
T.: tipo?
P.: Beh, restando in argomento, non capisco quelli che vanno a teatro, a vedere poi certe cose che ti fai due palle così…
sei mica uno che c’ha la mania del teatro, per caso!?!
T.: no no, ci sono andato pochissime volte. Ma per esempio, cos’è che dici che ti fa venire due palle così?
P.: Ma, tipo, che so, quelle cose di Shakespeare, quelle cose di tanti anni fa, che adesso non dicono più niente.
T.: a proposito, stasera danno proprio “SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZ’ESTATE” di Shakespeare
P.: A, coincidenza.
T.: neanch’io la vedrei tutta sta commedia, una volta l’ho vista ma a un certo punto mi ha fatto intristire
P.: Per forza, te ti intristiresti anche a sentire barzellette
T.: particolarmente!
P.: Ma dici che non la vedresti tutta, ma come fai, paghi il biglietto e poi te ne vai a metà?
T.: beh, nel caso di questa sera c’è un sistema di vederne un po’, quanto ne vuoi e gratis.
P.: Sai che mi incuriosisci? E come?
T.: c’è un teatro all’aperto, è là, guarda, c’è una palizzata con dei buchi, te infili la testa dentro, guardi, la tiri fuori
quando vuoi e nessuno se ne accorge, l’ho già fatto altre volte.
P.: Dai, lo facciamo, io non c’ho niente da fare, sono in ferie, e tanto parliamo un po’ e magari mi spieghi qualcosa.
T.: anch’io sono in ferie, da circa vent’anni, va bene, ci sto.
P.: O, aspetta che prendo due birre.
T.: ecco che incomincia
P.: Testa dentro!
SCENA I - Atene, sala nel Palazzo di Teseo
Entrano TESEO, IPPOLITA, FILOSTRATO e seguito
TESEO -
La nostra ora nuziale, bella Ippolita,
s'approssima: quattro giorni felici
ci porteranno la novella luna...
Oh, come questa vecchia pare lenta
a dileguarsi, quasi a ritardare
malignamente, come una matrigna,(2)
l'appagamento dei miei desideri,
o somigliante ad una ricca vedova
ostinatasi a viver troppo a lungo
per rendere a più a più sottili
le rendite del suo giovane erede.
IPPOLITA -
Quattro giorni faran presto a svanire
con le lor notti, e queste a dileguarsi
coi loro sogni; e la novella luna
come un arco d'argento teso in cielo(3)
salirà a contemplare sulla terra
la notte dei solenni nostri riti.
TESEO -
Va', Filostrato, smuovi alla letizia
la gioventù d'Atene,
desta vivezza e gioia nei lor cuori,
ricaccia ai funerali l'umor triste,
ché quel pallido socio mal s'addice
alla festosità del nostro rito.
P.: ma come parlano questi, vedi, son come carichi, sostenuti, fuori dal mondo.
T.: beh sono attori, che interpretano attori che recitavano cinquecento anni fa, è chiaro che non si parla come al bar
della stazione.
P.: sempre ironico, ma tu la sai la storia?
T.: Ma, più o meno. Questi due, Teseo e Ippolita, sono due tipi importanti e stanno per sposarsi, poi ci sono altri due, un
ragazzo e una ragazza, che si amano, ma il padre vuole far sposare la ragazza ad un altro, così i due scappano nel
bosco per andare a farsi sposare altrove.
P.: tipo storia sicula, bella novità.
T.: Te l’ho detto che è roba di secoli fa, che razza di novità cerchi, era un po’ una trama fissa delle cose di quei tempi,
come il poliziotto corrotto dei film americani, no? Tipo Giulietta e Romeo, ti ricordi?
P.: a si, l’hanno fatto anche come film, ambientato nel Bronx, c’era anche John Travolta, o sbaglio?
T.: Ma, mi sembra, guardiamo adesso, che entrano le fate.
ATTO SECONDO
SCENA I - Bosco presso Atene
Entrano da parti opposte, una FATA e
PUCK
PUCK -
Ehi, spiritello, dove vai girando?
FATA -
"Vo' per il folto della selva bruna,
"per rovi, orti e valloni,
"vo' tra fulmini e tuoni
"leggero come un raggio della luna,
"a servir delle fate la regina;
"ad imperlare di rorida brina
"i sentieri dov'ella s'incammina
"insieme con le sue dame e donzelle;
"vo' cercando le fresche campanelle
"la cui veste leggera
"spira profumo già di primavera.
"Vo' cercando stelline di rugiada
"da appiccar con amore
"come orecchini di pendula giada
"alla corolla aperta d'ogni fiore".
Ma debbo andare, curiosone, addio,
ché la regina sta per arrivare
col suo corteggio, e intende qui restare.
PUCK -
Ma qui stanotte fa baldoria il re;
e la regina se ne stia lontana,
perché Oberon è infuriato con lei
per via ch'ella si trattiene con sé
come paggetto un vago fanciulletto
da lei sottratto ad un regnante indiano.
Mai fu rubato oggetto(25) a lei più caro,
e Oberòn è in dispetto
perché vorrebbe avere al suo servizio
il ragazzetto, a far da battitore.(26)
Ma, sorda al suo rancore,
ella trattiene a forza il bel fanciullo,
gli foggia una corona d'ogni fiore,
e se ne fa gradevole trastullo.
Così non c'è una volta che quei due,
dovunque si ritrovino di fronte,
che sia un bosco, un prato, un chiaro fonte,
non sfoghino l'acerbo lor rancore,
al punto che i lor elfi, impauriti,
si vanno ad acquattare, al lor furore,
nei gusci delle ghiande.
FATA -
Tu, se dalle maniere e dal sembiante
io non m'inganno, sei quel discolaccio,
quel folletto bugiardo e malizioso
che tutti chiamano Robin Bravomo.
Non sei tu quel bizzoso spiritello
che al villaggio spaventa le ragazze,
che fa cagliare il latte dentro i secchi,
che armeggia tra le pale del mulino,
e si rende molesto alle massaie
vanificando la loro fatica
a sbattere la crema nella zangola?
Ed altre volte a far schiumar la birra,
o a far smarrire il cammino ai viandanti
di notte, e ridere del loro disagio?
E t'adoperi, invece, premuroso,
ad aiutare nel loro lavoro,
ed a portar fortuna
a quelli che ti chiaman vezzeggiandoti,
"mio caro diavoletto"(28) e "dolce Puck"?
PUCK -
Hai detto giusto: sono proprio io
quell'allegro notturno vagabondo.
Io faccio da buffone ad Oberon,
e lo faccio morir dalle risate
quando mi metto a far l'imitazione
del verso d'una puledrina in foja,
e uno stallone ben sazio di fava
corre qua e là a cercarla e non la trova.
Talvolta vado, quatto, ad appiattarmi,
nella forma d'un granchiolino arrosto,
nel fondo del boccale d'una vedova,
sì che al momento ch'ella fa per bere
le salto sulle labbra all'improvviso,
e la birra le si rovescia tutta
giù giù per l'avvizzita pappagorgia.
Talvolta una comare saccentona
nel raccontare, tutta sussiegosa,
una delle sue storie strappalacrime,
mi scambia per un tripode sgabello:
io, d'un tratto, le sguscio dalle natiche,
quella va a gambe all'aria,
e scatarrando grida: "Accidentaccio!"(30)
e là tutti a crepare dalle risa
ed a giurare, tra tossi e starnuti,
di mai aver passato ora più allegra.
Ma largo adesso, Fata, ecco Oberòn.
FATA -
Ed ecco pure la padrona mia.
Come vorrei che fosse già partito!
Entrano, da parti opposte, OBERON e TITANIA coi rispettivi corteggi
OBERON -
Male incontrata, orgogliosa Titania;
al chiaror della luna!
TITANIA -
Anche tu qui?
Andiamo, fate, andiamocene via!
Di lui ho rinnegato letto e mensa!(31)
VOCE NARRANTE:
eccomi di nuovo gente, sono la voce narrante, la voce ignorante, quello che vedo descrivo, signori. Ecco qua, questi quattro spiritelli all’apparenza innocui attori, stranamente vestiti, ma… guardate un po’ lassù cosa succede, là sulle rocce, si accendono luci, compare una figura, un uomo, un fantoccio enorme e indifeso, ed eccoli, eccoli gli spiriti, il piccolo popolo che lo attaccano, e salgono, e scendono e ne fanno uno scempio, di quel grosso stupido ignaro, nelle mani di piccole fate…
Va', cercami quel
fiore.
T'ho mostrato una volta la sua pianta.
Il suo succo, spremuto sulle ciglia
di chi dorme, sia esso uomo o donna,
lo fa cadere innamorato folle
del primo esser vivente
che si trova davanti al suo risveglio.
Va', trovami quell'erba,
e non metter più tempo, a ritornare,
d'un leviatano(40) a nuotare una lega.
PUCK -
In quaranta minuti metto un cinto
tutt'intorno alla pancia della terra!
(Esce)
OBERON -
Come avrò nelle mani questo succo,
sorprenderò Titania addormentata
e le distillerò sugli occhi il liquido,
e la creatura viva che per prima
le verrà innanzi agli occhi al suo risveglio,
sia essa un orso, un lupo, od un leone,
un toro od una scimmia ficcanaso,
o un'irrequieta e garrula bertuccia,
ella sarà costretta ad inseguirla
con tutta l'ansia d'un'innamorata.
E allora, prima ch'io le sciolga gli occhi
da codesto incantesimo - e lo posso,
servendomi del succo d'un'altr'erba -
mi faccio cedere quel suo paggetto.
Ma chi viene?... Rendiamoci invisibili,(41)
e stiamo ad origliar quel che si dicono.
P.: non è poi male, però c’è qualcosa di poco sano in tutto questo, di spaventoso anche
T.: davvero? Stai mica, per caso cominciando a capire qualcosa?
P.: sembra tutto così irreale, come instabile anche, mette anche angoscia, comunque è tutto troppo finto, troppo
distante dal reale
T.: Sicuro? Guardiamo: adesso è tornato Puck col succo del fiore magico e Oberon bagnerà le palpebre di Titania e
poi Puck, per sbaglio, quelle di Lisandro e verrà fuori un bell’instabile finto e angoscioso casino…
Rientra PUCK
Bentornato, mio caro giramondo.
Quel fiore, allora, l'hai con te?
PUCK -
Sì, eccolo.
OBERON -
Dammelo qua. C'è un posto in riva al fiume
dove fiorisce del timo selvatico
e rigogliose vi crescon le primule
e le viole dal capo tentennante
sotto il lussureggiante baldacchino
formato da un aulente caprifoglio,
e profumate rose borraccine.
In quel luogo Titania
suol mettersi a giacere e addormentarsi
per una buona parte della notte,
cullata, in mezzo a quel fiorito asilo,
da danze, musiche ed altre delizie.
Ivi anche è solita lasciar la serpe
la sua veste smaltata, ampia abbastanza
da ammantarci una fata.
Io bagnerò col succo di quest'erba
le sue palpebre e questo avrà il potere
di riempirla di odiosi desideri.
Prendine tu qualche stilla con te,
e mettiti a cercare in questo bosco:
una leggiadra fanciulla di Atene
si strugge per un giovane sdegnoso;
trovalo, e spalmargli questo sugli occhi.
Ma fallo con la massima attenzione,
così che al suo risveglio questo giovane
si ritrovi di lei innamorato
più di quanto non sia ella di lui.
E torna qui prima che canti il gallo.
PUCK -
Non dubitare, padrone: il tuo servo
farà tutto a puntino, come dici.
(Escono)
SCENA II - Altra parte del bosco
Entra TITANIA col suo corteggio di FATE
TITANIA -
Andiamo, su, alla svelta!
Appena un girotondo e una canzone;
venti secondi soli, e poi via tutte,
quali ad uccidere i piccoli bruchi
sui bocci delle rose damaschine,
quali a dare la caccia ai pipistrelli
(con le loro ali si fan bei corsetti
di cuoio per i miei piccoli elfi);
quali a cacciar la stridula civetta
che strilla a notte la sua meraviglia
vedendo i nostri strani spiritelli.
Cantatemi la vostra ninna nanna,
e poi, mentr'io riposo, tutte all'opera!
CANZONE DELLE FATE
1a FATA -
"Voi, serpi maculate
"dalle lingue forcute,
"voi, irti porcospini,
"voi, salamandre, voi, ciechi orbettini,
"nelle tenebre mute
"nascosti rimanete,
"a Titania regina delle fate
"offesa non recate".
CORO -
"Filomela, tu, carina
"culla il sonno alla regina
"con la melodiosa canna,
"ninna nanna, ninna nanna.
"Dal suo sonno lunge sia
"ogni male, ogni malia,
"dolce sia del sonno l'ora
"all'amabile signora".
2a FATA -
"Voi, ragnetti tessitori,
"zampalunga, andate via!
"Via, lumache, scarafaggi,
"via da questi suoi paraggi.
"Vermi, via, non disturbate
"la regina delle fate".
CORO -
"Filomela, tu, carina
"culla il sonno alla regina
"con la melodiosa canna,
"ninna nanna, ninna nanna.
"Dal suo sonno lunge sia
"ogni male, ogni malia,
"dolce sia del sonno l'ora
"all'amabile signora".
(Titania s'addormenta)
2a FATA -
"Dorme. Via, sciamate lesti,
"una qui a vegliarla resti".
(Escono tutte le fate)
OBERON compare, s'accosta a Titania che dorme e le spreme il fiore sulle
palpebre
OBERON -
Pel primo che vedrai, aprendo gli occhi,
insano amor ti tocchi.
Sia pur mostro tutto orrore,
languirai per lui d'amore.
Sia pur orso, o pardo, o cervo,
o cinghial dal pelo acerbo
che al tuo occhio primo appare,
quello tu dovrai amare.
Perciò sol ti sveglierai
quando quello accanto avrai.
VOCE NARRANTE:
Guardate Puck che vola come un falco attraverso il mondo e Oberon che trama i suoi inganni con tutta la teoria di spiriti e fate al suo seguito, ecco Puck che bagna le palpebre dell’uomo con il succo del fiore purpureo e Oberon che bagna le palpebre della donna, e l’amore che sembra sicuro evapora come rugiada al mattino lasciando il posto a un ancora più effimero amore, guardate l’uomo e la donna sono inerti giganti preda di minuscoli maghi, preda di minuscoli sogni che tutto travolgono, che tutto trasformano, questi minuscoli sogni…
TITANIA -
O gentile mortale, canta ancora,
per le tue note s'è d'amor rapito
l'orecchio mio, così come incantato
s'è il mio occhio a codesto tuo sembiante;
ed il potere delle tue virtù
è tale su di me, dal primo sguardo,
ch'io debbo dir, giurar, che per te ardo.
BOTTONE -
Secondo me, signora,
a confortar tale vostro sentire
molta ragione non dovreste avere
con voi; se pur va detto che oggidì
ragione e amore van di rado insieme;
ed è proprio un peccato
che un qualche onesto loro vicinante
non s'adoperi a renderli alleati...
TITANIA -
Sei assennato per quanto sei bello.
BOTTONE -
Ah, no, davvero né l'uno né l'altro;
perché se avessi abbastanza giudizio
da saper come uscir da questo bosco,
ne avrei già quanto basta per svignarmela.
TITANIA -
Non pensare d'uscir da questo bosco.
Tu, che lo voglia o no, qui con me
devi restare. Io non son uno spirito
da poco: nel mio regno è sempre estate(53)
e io t'amo. Perciò vieni con me;
metterò le mie fate al tuo servizio;
esse andranno a cercar per te gioielli
in fondo al mare, e canteran per te
mentre tu giacerai addormentato
sopra un letto di fiori;
e, sgravato del tuo peso mortale,
ti farò andar vagando tutt'intorno,
come spirito, fatto solo d'aria.
(Chiamando)
Fiordipisello! Ragnatela! Bruscolo!
Grandisénape! Dove siete tutti?
FIORDIPISELLO -
Son qui.
RAGNATELA -
Son qui.
BRUSCOLO -
Son qui.
GRANDISENAPE -
Siam tutti qui.
Entrano FIORDIPISELLO, RAGNATELA, BRUSCOLO e GRANDISENAPE
TUTTI -
(Inchinandosi)
Che c'è da fare? Dove s'ha da andare?
TITANIA -
Mostratevi carine e premurose
con questo cavaliere; sui suoi passi
intrecciate carole e volteggiate;
per lui cogliete more ed albicocche
e mirtilli, uva rossa e verdi fichi;
rubate il miele nei lor favi all'api,
staccate dalle lor cosce la cera
per fabbricarne lumini da notte,
e accendeteli agli occhi delle lucciole
così da illuminare all'amor mio
la via del letto e l'ora del risveglio.
Strappate l'ali multi-colorate
alle farfalle e fatene ventaglio
ai raggi della luna sui suoi occhi
addormentati. Inchinatevi a lui,
elfi, e rendetegli un cortese omaggio.
VOCE NARRANTE:
Ecco, Titania si è svegliata, ha visto il povero artigiano ateniese, quello che con gli altri faceva le prove della recita, Puck lo ha confuso, poverino, e gli ha messo addosso una bella testa d’asino. Titania, stregata dal fiore, appena lo vede se ne innamora.
Non sono mica inganni così portentosi , basta un po’ di notte, un po’ di chiaro di luna, un po’ d’estate… guardate!
P.: ma no, dai, che storia, filtri d’amore, scambi di persone, equivoci, trasformazioni, teste d’asino, son cose stantie,
e assurde, roba giusto da professori di liceo rincoglioniti. Ti chiedo anc’ora, cosa c’entra con la vita reale?
T.: e si, cosa c’entra dici tu, Pestasassi medico primario uomo pratico, cosa c’entra mai con la vita… per esempio…
l’incertezza, cosa c’entra il caso, la coincidenza che sembra delle volte maligna, e cosa c’entra il fatto che tutto è
appeso a un filo, tipo i sentimenti, tipo il capire un altro, tipo il volere bene, mica son cose che cambiano dall’oggi al
domani, nel reale, dici tu, e tipo anche cose più concrete, come la vita, via, fluc… dall’oggi al domani, e sei anche
medico, cosa c’entra, la vita, dici tu, con la vita reale? Mah…
P.: sei il solito Tristano, e adesso per giunta sali anche in cattedra
T.: Certo, testa dentro, ascolta.
TITANIA -
Suvvia, scortatelo al mio padiglione.
La luna guarda con occhio di pianto,
a quanto pare; e se la luna piange,
piange con lei ogni piccolo fiore,
come per qualche castità violata.(55)
Cucitegli la lingua, all'amor mio,
e conducetelo via in silenzio.
T.: castità violata, disincanto…consapevolezza…
P.: Tristano, ho capito, altrochè filtri e succhi di fiori magici, è talmente chiaro cos’è la realtà, ce l’ho davanti tutti i giorni,
per tutta la vita ce l’ho avuta davanti, gli incantesimi sono un pretesto, non esiste l’amore eterno, non c’è la fedeltà, la vita è tradimento, questa è la realtà.
T.: ancora, ancora semplifichi la realtà, cos’è la realtà, cosa c’è di reale o di non reale dentro di noi, perché è quello che
conta, è mai reale una pietra, questa pietra, certo che lo è, ma solo perché òla sento in mano, solo perché la tocco e
sento che c’è, solo per questo c’è. Che differenza c’è mai, rispondimi, tra amare e credere di amare, o essere amato o
credere di essere amati? Dov’è il reale, e dove stanno le fate, dove stanno mai le fate? Ascolta, ascolta la musica di
Oberon, è reale o no?
PUCK -
Allora è il fato a far tutto a rovescio,
che, per un uomo che resta fedele
ce ne siano milioni che tradiscono,
con falsi giuramenti uno sull'altro.
OBERON -
Va', vola come il vento per il bosco
e rintracciami Elena d'Atene.
È pallida d'amore, e i suoi sospiri
costano cari al giovane suo sangue.
Conducimela qui con qualche inganno.
Io farò d'incantar gli occhi di lui
per quando lei gli apparirà davanti.
PUCK -
Vado, vado, volando: sta' a guardare!
Più ratto d'una freccia
scoccata dal tremendo arco d'un Tartaro.
(Esce)
OBERON -
(Si avvicina a Demetrio addormentato e gli spreme
il succo del fiore sulle ciglia)
"Fior di porpora vestito,
"dalla freccia di Cupido,
"scendi, affonda le tue stille
"di quest'uomo alle pupille
"sì che amor per quella il tocchi
"sulla quale aprirà gli occhi,
"e la veda ancor più bella
"che di Venere la stella.
"Sì, al destarti l'hai vicina:
"chiedi a lei la medicina".
VOCE NARRANTE:
guardate ora Puck riparte come un destino implacabile, come una volontà o come un caso, ancora a cambiare le sorti dell’uomo, per salvarlo o perderlo del tutto, soltanto con un piccolo volo d’ali.
VOCE NARRANTE:
la natura umana non è di greve pasta, ma è fatta di frammenti di caleidoscopio, di pezzi divini che di volta in volta ogni istante si ricompongono in forme diverse, talvolta spaventose, talvolta splendenti di luce armoniosa, non siamo padroni neanche del pensiero, c’è qualcosa di magico che da un piccolo fuoco talvolta esplode di colpo, come un nucleo magmatico e fa erompere splendenti sogni che magari durano una sola notte. Scusate, anche una voce narrante ha le sue debolezze…
comunque….
Ecco tutto sta per finire, gli antidoti fanno i loro effetti, se mai ci sono antidoti al mutare delle cose o se mai servono filtri a scompaginare le promesse degli amanti, comunque, filtri o non filtri, antidoti o non antidoti, tutti i cattivi mai furono cattivi e mai teste d’asino comparvero nei boschi.
Ascoltate:
Entra PUCK
OBERON -
(Venendo avanti)
Salute, Robin. Vedi che spettacolo?
Delizioso! Comincio quasi quasi
ad avere pietà del suo delirio.
L'ho incontrata nel bosco, poco fa,
che andava in cerca d'amorosi pegni(69)
da offrire a questo orribile zuccone.
L'ho sgridata, e ci siamo bisticciati;
aveva incoronato proprio allora
quelle pelose sue tempie asinine
d'un serto d'olezzanti fiori freschi;
e stille di rugiada mattutina
quali si vedon tremule sui bocci
come lucenti perline d'oriente,
se ne stavano a luccicar negli occhi
di tutti quei graziosi fiorellini
simili a tante lacrime di pianto
per la vergogna di trovarsi là.
Dopo averla coperta di ridicolo
come meglio m'è parso, mentre lei
mi supplicava, con teneri accenti,
ch'io le mostrassi un po' di comprensione,(70)
l'ho richiesta di darmi quel fanciullo;
ed ella me l'ha subito concesso,
ed ha spedito uno dei suoi elfi
a prenderlo e scortarlo alla mia pergola,
la mia dimora nel regno incantato.
Ed ora che ho il ragazzo,
posso rimuovere dagli occhi suoi
questa esecrabile imperfezione.
OBERON -
Suona, musica!
(La musica diventa più forte)
Su, mia regina, prendimi per mano
e facciamo ondeggiar sotto costoro
a scuoterli, la terra su cui dormono.
(I due intrecciano un passo di danza)
Ora che siamo ritornati amici,
a mezzanotte di domani, insieme,
solennemente danzerem felici
nella dimora del Duca Teseo
e trionfanti lo benediremo
col nostro augurio di prosperità.
E la duplice coppia degli amanti
le sue nozze con lui celebrerà,
tutti insieme felici ed esultanti.
P.: ma allora era un sogno, era tutto il racconto di un sogno, allora anche gli amanti sognavano di amarsi, cioè di non
amarsi più, anzi di amare qualcun altro… O, insomma, voglio dire, è tutto normale, non è successo niente, perché le
fate non esistono e i boschi non sono labirinti incantati e quella recita strampalata degli artigiani ateniesi, anche quella,
recita nella recita, sogno nel sogno… ma …
T.: ma, si, chissà che differenza c’è tra vivere e sognare o recitare una vita, o recitare un sogno, quando tutto comincia e
finisce lì, buttati su un palcoscenico, buttati lì da un dietro le quinte che nessuno ha mai visto. E tutti i boschi, boschi di
alberi o no, che altro sono se non labirinti incantati dove le fate fanno succedere di tutto. E qualunque sgangherata
commedia, sembra più reale di ciò che chiamiamo reale, perché in ogni modo inizia e finisce e i costumi di scena, per
strani che siano, hanno comunque un significato durante la rappresentazione, proprio perché, dietro le quinte, cadono a
terra.
P.: Tristano Tristano fermati, che non capisco più niente, anzi, fermati, perché comincio a capire.
VOCE NARRANTE:
ma tacete voi due, tacete dunque e ritiratevi in buon ordine e lasciate spazio allo spettacolo, che è tutto quel che conta, lasciate spazio alla notte e ai sogni che grevi non sono e grevi non li farete diventare, lasciate il campo a questa splendente luce amorosa, a questi pezzi di caleidoscopio magico e a queste cose fatate che tutto rendono possibile, lasciate spazio, lasciate spazio…
almeno per questa notte.
OBERON -
"Pur se stia morendo il fuoco,
"si ravvivi, a poco a poco,
"della casa in ogni loco
"un altissimo bagliore.
"Elfi e fate, in gran fervore
"su, balzate, saltellate,
"come uccelli svolazzate,
"con le più lievi volute
"a me intorno volteggiate".
TITANIA -
"Rinnovate danze e suoni,
"tutti i versi sian canzoni,
"tra volteggi e capriole
"intrecciate le carole,
"e col nostro dolce canto
"diffondiamo qui l'incanto".